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Breve storia della mia ansia

Eccomi qua, davanti al computer alla ricerca delle parole giuste per qualche argomento interessante. Ho mille idee, ma improvviserò anche questa volta.

Oggi scrivo di qualcosa di estremamente soggettivo, che mi accompagna e mi ha accompagnato in parecchi momenti importanti della mia vita: l’ansia.

Forse non è neanche il suo vero nome, ma per me questa sensazione si chiama così.
La mia ansia c’è sempre stata, solo che crescendo ha cambiato le sue forme.

Da piccolina, per esempio, odiavo tremendamente le prime volte. Tipo il primo giorno di scuola, il primo giorno di danza, l’arrivo alla festa di compleanno di qualcuno; mi sentivo profondamente a disagio ogni volta che dovevo entrare in una stanza dove c’erano altre persone che conoscevo poco. Non mi scorderò mai la sensazione che si presentava ogni volta che dovevo andare a catechismo da sola, ogni sabato sempre la stessa storia.

La mia ansia credo abbia iniziato a cambiare forma alle superiori.
C’è stato un anno in particolare in cui ero talmente gonfia di ansia che il mio corpo ha iniziato a ribellarsi. Evitavo gli specchi, stavo scomoda nel mio corpo, litigavo con il mondo e l’adolescenza lasciava un velo d’amaro su tutto questo. Non stavo vivendo una situazione facile anche al di fuori di me, stavo affrontando per la prima volta qualcosa che era molto più grande di me e di cui non avevo assolutamente il controllo. Quell’anno lo ricordo come un inverno perenne, in cui cercavo di camuffare il malessere sotto strati di qualsiasi cosa: cibo, vestiti, trucco, silenzi. Qualche volta mi sentivo talmente pesante da non riuscire a muovere neanche un muscolo, con il fiato corto. Ero inerme davanti all’ansia, la lasciavo fare come se fossi un burattino rotto. Probabilmente lo ero, un burattino. Mi trascinavo tra un impegno e l’altro, uscivo di casa la mattina presto e ci tornavo solo per dormire. Ero davvero presente? No, per niente.

E’ stato un mercoledì pomeriggio il giorno il cui l’ansia ha occupato ogni singola particella del mio corpo. Lo ricordo come fosse ieri. Distesa nel letto, distrutta come se fossi scappata da un branco di leoni affamati (come se fossi riuscita a farlo), piangevo ad occhi aperti e non avevo il controllo di nulla. Era riuscita a farmi cadere i capelli, la bastarda. A non farmi parlare più e a respirare con le stampelle, zoppicando tra un demone e l’altro.
In quel momento non ero distesa nel mio letto, ero distesa sul fondo del mio pozzo più profondo.

Poi, è cambiata di nuovo. Sono cambiata io.

Prima era costante, c’era sempre. Poi è diventata furba, si presentava in coppia con qualcun’altro e sopratutto non avvisava mai. Passava quando le andava, un po’ con la paura, un po’ con l’incertezza. Era tutto un grande punto di domanda ed io mi dimenavo come una pazza per cercarla di capire.
Il punto era che non dovevo capire lei, dovevo capire me.

Crescendo, quindi più o meno dall’altro ieri, ho iniziato a metterla in ordine. Adesso cerco di farla piccola, modellarla e gestirla a piccole dosi (quando posso). Non è nulla di segreto, e non è nulla di scontato, ma a modo mio la rinchiudo in posti diversi: a volte la scrivo, a volte piango.

Piccole cose possono creare il caos a volte.
Imparare a gestire le crisi prima che capitino è parte di quella che potrebbe essere una soluzione. Sì, funziona davvero ma non sempre. Perché? Perché non tutto quello con cui abbiamo a che fare è razionale, tanto meno l’ansia, tanto meno tutto il resto delle emozioni.
L’altra parte della ricetta suggerisce di andare a tentativi e avere pazienza.
Piccole cose possono creare il caos, ma quante cose possono nascere dal caos?
Infinite.

Non rileggerò quello che ho scritto, te lo lascio qui.
Giulia

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